Voci dalla pandemia #1 Alessandra Morea (infettivologa)

Voci dalla pandemia #1 Alessandra Morea (infettivologa)

Alessandra Morea, da poco specializzata in infettivologia, viene dalla Basilicata e lavora nel reparto di malattie infettive dell’ospedale di Cisanello (Pisa).

Dopo aver letto un suo articolo sulla sua esperienza all’interno dei reparti-Covid, ho provato grande curiosità per questa donna che si è ritrovata all’improvviso, come molti suoi colleghi, a lavorare giorno e notte per assistere e cercare di salvare i pazienti affetti da Covid-19. Da qui, la decisione di raccogliere le testimonianze delle nuove generazioni, coinvolte a diversi livelli nel sistema sanitario nazionale, sulla loro esperienza. Questa è la prima intervista delle mie personali “voci della pandemia”.

Innanzitutto grazie per aver accettato di farti intervistare, so bene che non è facile essere qui data la situazione e le ore di lavoro. Com’è andata oggi in ospedale?

Figurati, è un piacere se posso aiutare. A dire la verità oggi è andata bene e il reparto era più tranquillo del solito.

Nel tuo articolo sul Il manifesto hai rappresentato l’uniforme da lavoro come una tuta subacquea con mascherina e pinne. Quest’immagine riesce a rendere molto bene il senso di immersione che voi medici, e non solo, provate ogni giorno. Quindi la prima domanda che mi viene da porti è: come mai hai collegato questa situazione alle profondità del mare?

È una metafora in tutti i sensi, sia per il paziente che per il medico: come se fossimo accomunati da una sostanza intermedia che non è l’aria, ma da qualcos’altro; per me l’acqua era l’elemento che più rispecchiava questa sensazione. Pensa anche che usiamo il termine ‘ondata’ per parlare dell’invasione del virus, o al fatto che uno dei nostri protocolli, quello per il plasma, si chiama ‘tsunami’: è un continuo rievocare l’acqua. Anche se devo essere sincera, questa immagine mi è venuta in mente durante la seconda fase, forse perché c’è stata maggior consapevolezza.

Un'illustrazione di un medico circondato da virus Covid-19
Disegno dell’intervistatrice: In fondo al Covid

Durante la prima ondata noi medici eravamo semplicemente spaventati e sgomentati di fronte a qualcosa che non ci spiegavamo. Anche dal punto di vista psicologico ci atterriva, come medici, vedere le TAC polmonari dei pazienti e accettare come entità scientifica questa cosa nuova.
Da un lato, come scienziati, eravamo incuriositi, dall’altra, come esseri umani, spaventati. Quindi il fatto di bardarsi significava proteggersi, perché non conoscevamo i tassi di contagiosità e avevamo paura di infettarci lavorando. Eravamo troppo sopraffatti da emozioni negative, mentre adesso c’è un piccolo senso di consapevolezza, anche se la paura è sempre lì. 

 Ora il mio pensiero costante è:

È un male che già conosco e mi devo di nuovo rimboccare le maniche

Durante l’emergenza Covid com’è cambiato il tuo lavoro?

Dal punto di vista della routine il mio lavoro è cambiato molto perché la pandemia ha determinato un’acquisizione in più di responsabilità, avendo io avuto un contratto prima di finire la specializzazione. Per essere chiari, la figura dello specializzando è “protetta” perché ha una responsabilità minore sui pazienti: tutto quello che vede, che scrive, che fa passa comunque alla supervisione di uno strutturato, non ci mette la firma al cento per cento. Firmare un contratto, invece, vuol dire essere pagato per avere la piena responsabilità della diagnosi e della cura del paziente. Vi è dunque stato un cambio di responsabilità e di mansioni.

Una frase che ci è stata detta dalla dott.ssa Doria, che è scolpita nella mia mente e la porterò sempre con me è:

Una cura è sempre perseguibile

Mi spiego. Anche se non sai cosa fare perché non ci sono i farmaci per guarire il paziente, ti rendi conto che, in un modo o nell’altro, è sempre possibile assistere un paziente prendendotene cura e questo, lavorando come medico, non l’ho mai cambiato. ‘Guarire’ e ‘curare’ non sono infatti esattamente la stessa cosa: sono azioni che condividono la stessa sfera semantica ma ciascuna azione ha la sua specificità. A volte nel mio lavoro mi è capitato più di prendermi cura del paziente piuttosto che guarirlo, perché ho dovuto supportarlo psicologicamente in un momento di grande spavento e sconforto.

In conclusione, il cambiamento del mio lavoro non mi ha tolto alcuna formazione, anzi ha aggiunto sicuramente qualcosa in più.

Qual è stata l’età media dei pazienti risultati positivi al virus?

Teniamo conto che quando si tratta di epidemia c’è un gradiente di età: il tasso di mortalità aumenta per fasce di età. In reparto la media si attesta sempre intorno ai 60 anni e non ho visto grosse differenze fra la primavera e adesso. Siamo riusciti tracciare un minimo di selezione dei pazienti, ora riusciamo a identificare quelli che possono peggiorare; in questo modo riusciamo più facilmente a predisporre i ricoveri selezionando le tipologie dei pazienti. In particolare, risultano molto a rischio le persone che, insieme alla polmonite e al peggioramento dell’insufficienza respiratoria da SARS-CoV2 hanno questa triade di comorbidità (cioè presentano tutte insieme le seguenti patologie): obesità, ipertensione e diabete.

Ci sono comunque casi eccezionali. Non dimenticherò mai un ragazzo di 30 anni che è morto in terapia intensiva e non aveva nessuna comorbidità: immagina, un giovane che sprizza di salute che viene intubato, poi una volta estubato ha un arresto cardiaco e muore.

Ci sono stati momenti di tensione fra colleghi durante l’emergenza?

Personalmente ho tenuto un buon rapporto con colleghi e infermieri senza attriti nella prima ondata. Tieni presente che durante la seconda fase c’è stata tanta rabbia, perché abbiamo avuto la sensazione di non esserci organizzati per tempo nonostante ci trovassimo davanti a un fenomeno che, per quanto nuovo, conoscevamo da alcuni mesi. 

Quando vi è stato comunicato che il virus era arrivato all’ospedale cos’hai pensato?

Che era inevitabile, dopo l’esperienza in Lombardia sapevamo che sarebbe capitato anche in Toscana. Ricordo la prima sera in cui ci hanno chiamato dal pronto soccorso per comunicarci il primo caso positivo: da un lato c’è stata una sensazione di paura, dall’altra di curiosità e di ineluttabilità.

Quali sensazioni hai provato durante questa emergenza?

Innanzitutto la stanchezza per il cambio delle mansioni, poi ci sono state delle volte in cui mi sono sentita inerme quando ho visto i primi pazienti morire, anche se ero consapevole che non potevo fare nient’altro, come adesso. Rispetto alla primavera, quando vediamo che i pazienti non ce la fanno ci fermiamo un poco prima e incominciamo a sedarli dandogli la morfina; in qualche modo ce ne facciamo, dobbiamo, farcene una ragione. Un altro momento in cui mi sono sentita impotente è stata la prima volta che ho avuto a che fare con i parenti del contagiato. Non potendo entrare nei reparti ci prendevamo l’onere di telefonare quotidianamente per riferire lo stato dei loro cari, dovendo comunicare notizie pesantissime come l’avvio dell’intubazione.

Tutto ciò mi ha fatto provare un senso di immedesimazione ed empatia verso i parenti; da infettivologa non mi ero mai ritrovata a gestire casi con insufficienza respiratoria di questo tipo, e ciò comporta a una sofferenza che punge anche chi assiste. Proprio riguardo a questa immagine, se si pensa al passo della Bibbia in cui Dio «insuffla negli uomini il soffio della vita» viene spontaneo, anche per chi non è credente, riflettere su come il respiro coincida perfettamente con la vita stessa.

Sui social media c’è stato un altro tipo di invasione: quella di articoli/ post/comunicati in cui voi medici eravate descritti come «eroi che combattono in prima linea». Qual è stata la tua reazione?

Anticipo che sono assai schiva per quanto riguarda il mondo dello spettacolo e dei social. A casa non ho la televisione per scelta, non ho facebookinstagram, uso solo whatsapp. Cerco di evitare il più possibile di leggere questo genere di cose, anche se vengo comunque sempre aggiornata. Ho cercato di farmi travolgere il meno possibile e non mi sono mai sentita un’eroina. In realtà ho avuto la sensazione di sentirmi come un soldato che viene mandato sul campo di battaglia. Ma non mi è mai sembrato di fare qualcosa di diverso o di più grande rispetto alla mia vocazione.

 Com’era per te il mondo al di fuori dell’ospedale? Eri agitata, ansiosa?

Mi faceva piacere il silenzio che c’era fuori, anche se era inusuale e un po’ inquietante. Inoltre sono stata aiutata molto da mio marito che mi ha supportata e assistita in modo tenero, comprendendo le mie fatiche e le mie frustrazioni.

Com’era e com’è il mondo dentro l’ospedale?

Frenetico, anche se non ho mai risentito della velocità e il ritmo convulso presente in ospedale. Forse ne hanno risentito di più i medici della vecchia generazione, che si sono formati in un altro modo e con ritmi diversi. Teniamo presente che noi giovani siamo abituati a uno stile di vita veloce.

Ti senti diversa dopo questa esperienza?

Forse è più giusto affermare che mi sento cresciuta, con quegli elementi che erano già dentro di me e che sono venuti fuori con maggior velocità. Non mi sono mai sentita diversa come persona. Ho maggior consapevolezza dei problemi del mondo e tutto questo segnerà un prima e un dopo nella storia dell’umanità. Provo molta nostalgia della spensieratezza, che è l’aspetto più mutato nella mia quotidianità.

Cosa vedi nel futuro della sanità pubblica? Lo Stato riuscirà a migliorare le condizioni di lavoro e ad assumere nuovo personale ospedaliero?

Spero che tutto ciò divenga un’esperienza catalizzatrice, un risvolto positivo soprattutto per la sanità pubblica. Basta pensare a come è stata gestita la questioni delle assunzioni dei giovani specializzandi: per chiamare a lavorare nell’emergenza sono stati fatti una miriade di contratti che sono in regime di libera professione. Io ho firmato un contratto, poi rinnovato, che mi garantisce una buona retribuzione ma non uno straccio di diritto.

Dalle ferie alla malattie, alle assicurazioni per infortuno, alla maternità, fino alle colpe gravi: non ho nessun diritto. Faccio un lavoro dove metto a rischio la mia salute ma non sono tutelata da un punto di vista legale come dovrei. Anche se ho la fortuna di lavorare in un reparto, a livello di dispositivi di sicurezza e di personale, molto ricco: mi sento fortunata, se non privilegiata.

Qual è l’immagine che ti viene in mente se dovessi pensare al ritorno della normalità?

Stare con la mia famiglia tutto il tempo che voglio. Avendo i genitori lontani è stato un sacrificio da non potersi immaginare. In tutto l’anno ci siamo visti solo una volta per una settimana. Spero che le famiglie verranno ricompensate dopo tutto questo.

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Un grande ringraziamento alla dott.ssa Morea per essersi aperta e per aver condiviso sensazioni e ricordi anche molto pesanti. La sua testimonianza è un bene per tutta la popolazione e la sua persona fa riflettere su quanto siamo fortunati ad avere dei giovani lavoratori che possono cambiare, anche se di pochissimo, le condizioni della sanità pubblica e dell’assistenza di un paziente. Le auguro ogni bene.

Giulia Del Buono

Giulia Del Buono

Nata a Pisa, con mille personalità e passioni cerca di trovare un ruolo nel mondo. Tutto ciò che riguarda le immagini e la narrazione le vive a 360 gradi e cerca di congiungere questi due mondi per poter narrare, a suo modo, le vite degli altri. Perché non c’è vita senza una storia .

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