Fantasticherie di un passeggiatore in lockdown

Fantasticherie di un passeggiatore in lockdown

Diciamocela tutta: tenere una rubrica su escursionismo e vita all’aria aperta in questo periodo di pandemia, in cui per forza di cose siamo costretti a limitare i nostri movimenti, è una cosa un po’ strana.

Quando ho iniziato a raccogliere le idee per questo articolo, per dire, eravamo ancora nella fase in cui non si poteva uscire dal nostro comune di residenza. Adesso sembra che le cose stiano cambiando, per fortuna, ma è ancora vivido il ricordo di quel periodo strano in cui farsi due passi all’aperto rischiava di scatenare una caccia all’untore di manzoniana memoria.

Per nostra fortuna, però, anche se a volte il nostro corpo non può oltrepassare alcuni confini, la nostra mente è sempre stata libera di viaggiare dove le pare e piace e perdersi in riflessioni e fantasticherie. Del resto, la situazione attuale ci offre molti spunti di riflessione, forse anche troppi.

Jean-Jacques Rousseau ritratto da Maurice Quentin de La Tour Fantasticherie lockdown natura
Jean-Jacques Rousseau ritratto da Maurice Quentin de La Tour. Fonte: Wikimedia Commons

Ecco allora che oggi vi propongo di seguirmi in una breve passeggiata letteraria costellata di qualche riflessione sul tema della solitudine, dell’isolamento (volontario o meno) e del nostro rapporto con la natura.

Il nostro viaggio ci porta a seguire i passi di Jean-Jacques Rousseau nel suo libro Le fantasticherie del passeggiatore solitario. Siamo nel 1776 e Jean-Jacques è ormai un uomo anziano, stanco, amareggiato dalla società che un decennio prima l’ha ostracizzato a causa dell’Emilio, di cui è stata proibita la lettura. Ha litigato con tutti i suoi amici intellettuali, compresi Voltaire e Diderot, ed è sprofondato in una sorta di paranoia che gli fa credere che esista un vero e proprio complotto ai suoi danni.

Abbandonato quasi ogni consorzio sociale, l’unico conforto di Rousseau sono le passeggiate che fa nei dintorni di Parigi, a Montmartre e sulle altre colline, che all’epoca erano ancora ricche di prati e vigneti, e nelle campagne dove la “Parigi bene” non si avventura. Un brutto incidente durante uno di questi vagabondaggi lo costringe a starsene a riposo per alcuni mesi, ed ecco allora che nascono le Passeggiate: un insieme di scritti che partono dalla sua esperienza autobiografica, l’isolamento involontario dalla società di cui faceva parte, per espandersi sulla natura dell’essere umano, su ciò che può renderlo buono e felice, e del suo rapporto con l’altro.

Parlo di «isolamento involontario» perché è chiaro che lo strappo che lo ha allontanato dal resto dell’umanità non è stato indolore. È esistito un periodo in cui era festeggiato, benvoluto e trattato con ogni cortesia dagli altri, in cui il suo carattere per natura espansivo gioiva della vita tumultuosa che conduceva. Ora che tutto ciò è venuto a mancare, però, riesce a trovare nella sua nuova dimensione solitaria quella calma che gli era sempre mancata. Come un asceta, trova la felicità nel distacco dalle emozioni e nell’introspezione.

Ho imparato a sopportare il giogo della necessità senza mormorazioni; mentre prima mi sforzavo di tenermi attaccato ancora a mille cose, e siccome tutte una dopo l’altra mi sono sfuggite, ridotto a me solo, ho ritrovato infine il mio stato normale: pur incalzato da ogni lato, rimango in equilibrio perché non mi attacco più a nulla, non mi appoggio che su me stesso.(1)

Una foto di "Le fantasticherie del passeggiatore solitario" di Rousseau, edizioni Bur lockdown natura

In questa condizione, la natura diventa la sua consolatrice e principale fonte di serenità e svago. Pensa con nostalgia ai mesi che passò a Saint-Pierre, un isolotto boscoso dove ha avuto tempo di dedicarsi all’otium, alla botanica e alla contemplazione della natura, e si rende conto che quello è forse stato l’unico periodo davvero felice della sua vita.

Quando il lago agitato non mi permetteva di andare in barca, trascorrevo il pomeriggio a percorrere l’isola erborizzando qua e là; talvolta mi sedevo nei più ridenti e solitari angolini per fantasticare a mio agio, tal altra sulle terrazze e sui poggetti, sì da percorrere con lo sguardo il superbo, affascinante panorama del lago e delle rive, da un lato coronato dalle vicine montagne e dall’altro slargantesi in ricche e fertili pianure dove la vista si estendeva fino ai monti bluastri che la limitavano più lontano. Al calar della sera scendevo dalle cime dell’isola e andavo a sedermi volentieri in riva al lago, sulla spiaggia, in qualche luogo nascosto; là il mormorio delle onde e il movimento dell’acqua avevano il potere di fermarmi i sensi, scacciandomi dall’animo ogni agitazione, di modo che mi immergevo in una fantasticheria deliziosa, e spesso la notte mi sorprendeva senza che me ne fossi accorto.(2)

Adesso cerca di ripetere l’esperienza nelle campagne parigine, e riprende in mano la sua passione per la botanica, dandosi all’osservazione delle piante e alla creazione di un erbario. Ride pensando ai suoi reali o immaginari persecutori, mentre lui resta in pace, occupandosi «di fiori, di stami, di fanciullaggini» (3). La solitudine in cui è stato costretto diventa un rifugio e la natura l’unico luogo in cui si sente in pace.

Mi affretto a raggiungere la campagna: non appena vedo il verde comincio a respirare. C’è da meravigliarsi se amo la solitudine? Sul viso degli uomini scorgo soltanto l’animosità, mentre la natura mi sorride sempre. (4)

Sorge quasi spontaneo fare qualche analogia fra l’isolamento di Rousseau e il nostro distanziamento sociale. Tralasciamo il peculiare stato mentale in cui si trova l’autore, per cui tutti gli esseri umani gli sembrano nemici pronti a farlo soffrire, e pensiamo a cosa succede quando siamo costretti alla solitudine.

La solitudine può essere benefica, spesso la cerchiamo noi stessi per ritrovare il nostro equilibrio, ma non è la condizione naturale dell’essere umano, che è «animale sociale»(5). La maggior parte di noi non è abituata alla solitudine. Quando siamo costretti a stare da soli per lunghi periodi, quando viene a mancarci il contatto umano, la nostra rete di amicizie, dobbiamo trovare qualcos’altro che ci salvi. Per Rousseau è stato il contatto con la natura e in molti casi è stato così anche per noi.

Quando a causa del Covid-19 ci sono venute a mancare le mille cose con cui ci tenevamo occupati, abbiamo pensato «e adesso cosa faccio?». Appena ne hanno avuto la possibilità, molti sono sfuggiti alle mura domestiche per andare a passeggiare.

Io che ho la fortuna di abitare vicino alla campagna e che sono abituata a fare due passi ogni volta che ho bisogno di schiarirmi le idee, ho fatto quello che sono abituata a fare, ma stavolta non eravamo solo io e il mio gatto. Non ho mai visto così tanta gente nelle stradine che percorro di solito! Quando la famosa «attività motoria» è diventata l’unica attività che potevi svolgere fuori casa, in tanti hanno riscoperto il piacere di stare all’aria aperta. C’era la gente che portava a spasso il cane, i soliti fissati col running, gli anziani che camminano per tenersi in esercizio, ma stavolta c’erano anche famiglie intere coi bambini piccoli, gli adolescenti, gli universitari, gente di tutti i tipi e tutte le età, che di solito incontro di rado. Allo stesso tempo le guide ambientali si sono viste arrivare telefonate dagli amici che chiedevano loro: «ehi, mi consigli un posto dove andare a fare un po’ di trekking nel mio comune?».

Quando tutto ci è venuto a mancare per un po’, la natura era lì ad aspettarci e offrirci conforto, come ha fatto con Rousseau. Del resto, stare all’aria aperta non è solo l’attività più sicura in questo periodo, o quella che ti permette di vedere i tuoi amici a distanza di sicurezza. Fa bene alla salute fisica e mentale, ti permette di staccare dalle tue preoccupazioni e lasciare che la mente vaghi libera. Inoltre è facile e gratuito: alla portata di tutti, se ci fossero le condizioni adatte.

Il problema è: ci sono queste condizioni? Non tutti hanno la fortuna di abitare in zone dove le aree verdi sono facilmente raggiungibili: oggi Rousseau non troverebbe più vigneti a Montmartre. In Italia, per esempio, una persona su 3 vive in città molto urbanizzate (Istat 2016), dove la densità di abitanti tende a essere alta e il verde a essere poco: basti pensare che nei capoluoghi di provincia il verde urbano rappresenta solo il 2,7% del territorio comunale. Non c’è da stupirsi che a un certo punto i comuni abbiano deciso di chiudere i parchi pubblici per evitare assembramenti! Possiamo sperare che le persone si siano rese conto di questa realtà e che chiedano alle istituzioni gli spazi verdi di cui hanno bisogno.

Personalmente, voglio credere che il lockdown ci abbia fatto capire i nostri veri bisogni e che uno di questi è proprio la possibilità di stare all’aria aperta. Nel nostro isolamento ci siamo ricordati che quando siamo in natura non siamo mai completamente soli. Abbiamo visto che la natura non ha bisogno di noi per prosperare (anzi, fosse per lei avremmo potuto prenderci una pausa più lunga!) ma noi abbiamo bisogno di lei per vivere. Continueremo a tenere vivo questo ricordo o torneremo a calpestarla con indifferenza? La scelta sta a noi.

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Sulla riscoperta dei nostri bisogni dopo mesi di lockdown ha riflettuto anche BidiBi in Frastornanti straniamenti.

Per chi fosse interessato ad approfondire le interazioni tra uomo e ambiente si consiglia Camere con vista e finestra (e, in generale, la rubrica La speculazione edilizia della nostra Unagna).

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1. Jean-Jaques Rousseau, Le fantasticherie del passeggiatore solitario, BUR, Milano 2009, p. 102.

2. Ivi, p. 67.

3. Ivi, p. 101.

4. Ivi, p. 102.

5. Aristotele, Politica, I, 1253a: 3-4.

Caterina Migliaccio

Caterina Migliaccio

Caterina Migliaccio è stata avvistata per la prima volta a Pisa pochi decenni fa. Non sappiamo molto delle sue abitudini perché è un essere molto schivo e silenzioso, ma in passato si diceva che infestasse la biblioteca di Filosofia dell'università locale, mentre da un po' di tempo sembra che sia più facile incontrarla mentre vaga nei boschi e nelle campagne.

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