La Scuola di Chicago e Beverly Greene, la prima architetta afroamericana

La Scuola di Chicago e Beverly Greene, la prima architetta afroamericana

La storia dell’architettura statunitense è indissolubilmente legata alla Scuola di Chicago, movimento nato a seguito della ricostruzione della città dopo l’incendio del 1871 e che dettò le basi per un nuovo stile, sintesi dell’esperienza americana precedente, delle influenze provenienti dal Vecchio Continente e di nuove forme rese possibili grazie alle innovazioni tecniche – prima su tutte, l’uso dell’acciaio.

Finestra Chicago, invenzione resa famosa dalla omonima Scuola. Foto di: J. Crocker

Precedentemente all’avvento della Scuola di Chicago, gli Stati Uniti non avevano uno stile architettonico propriamente americano, ma rimanevano fortemente legati allo stile europeo. Nel 1775 fu firmata la Dichiarazione di indipendenza che decretò la libertà politica e commerciale degli Stati Uniti, ma non nacque uno stile architettonico indipendente di conseguenza.
L’autonomia politica della nazione nascente aveva bisogno di edifici di potere che ne rappresentassero l’autorità: per questi fu l’architettura rinascimentale europea a fare da riferimento e, in particolare, le opere di Andrea Palladio. Si pensi che l’influenza di quest’ultimo è tale che, nel 2010, il Congresso degli Stati Uniti ha definito Palladio “il Padre dell’Architettura americana”.

Sulla sinistra: la Casa Bianca (Washington DC) in stile palladiano.
Sulla destra: Villa Capra (Vicenza), opera di Palladio (foto di Marcok).
Fonte: Wikimedia Commons.

Per circa un secolo lo stile architettonico americano rimase legato a queste forme classiche: si può perciò affermare che la Scuola di Chicago rappresentò il primo stile “indipendente” degli Stati Uniti – e non è l’unico primato.

La Scuola di Chicago, una storia di primati

Nel 1870, con il primo studente iscritto, fu ufficialmente aperta la University of Illinois at Urbana-Champaign (oggi Illinois School of Architecture) come prima università di Architettura degli Stati Uniti.
Nel 1885, la Scuola di Chicago costruì il primo grattacielo della storia, l’Home Insurance Building (oggi non più esistente). Ad essa sono legati nomi famosi, fra cui ricordiamo Dankmar Adler e Louis Sullivan – nel cui studio lavorò Frank Lloyd Wright – e Ludwig Mies van der Rohe, fuggito dalla Germania nazista e qui accolto come professore.

Home Insurance Building, Chicago (il primo grattacielo della storia).
Fonte: Wikimedia Commons

Tra architetti più o meno famosi transitati per la Scuola di Chicago, ci interessa fare anche il nome di Beverly Greene, la prima donna afroamericana a laurearsi in Architettura nel 1936. Nonostante la presenza delle barriere razziali esistenti all’epoca, Beverly Greene venne assunta dalla Chicago Housing Authority (l’impresa incaricata dell’edilizia popolare di Chicago) e lavorò al fianco di firme importanti quali Edward Durell Stone (famoso per il MoMA di New York) e Marcel Breuer (anche lui, come Mies, fuggito dalla Germania nazista). A fianco di quest’ultimo partecipò al progetto del palazzo quartier generale dell’UNESCO a Parigi. Si tratta di un episodio architettonico importante, il primo complesso in stile moderno del centro di Parigi, tra l’École militaire e Les Invalides.

Quartier generale dell’UNESCO, Parigi (1958). Nel team di progettazione era presente Beverly Greene, la prima architetta afroamericana della storia.
Fonte: Wikimedia Commons

La prima donna afroamericana a esercitare la professione di architetto negli USA

Il lavoro dell’architetto è sempre un lavoro di squadra: un progetto richiede l’intervento di più persone per poter essere sviluppato in ogni suo dettaglio, quindi può sembrare strano che stiamo facendo solo il nome di Beverly Greene quando molti altri avranno lavorato al fianco di architetti famosi senza essere esplicitamente accreditati. Il fatto è che, per molto tempo, la memoria di questa donna è andata persa, al punto che Norma Merrick Sklarek, nel 1975, credeva di essere la prima e fino a quel momento l’unica donna afroamericana ad aver conseguito l’abilitazione per svolgere la professione di architetto negli Stati Uniti (Beverly Greene era morta nel 1957). Più in generale, è noto come la stampa di Chicago ignorasse i lavori dei professionisti afroamericani (1). Considerato questo e il ridottissimo numero di architetti donne fino agli anni ’80 negli Stati Uniti, men che meno quello delle donne afroamericane, ci sembrano tutte buone ragioni per menzionare la Greene nella nostra disamina architettonica.

Nonostante la difficoltà iniziale a trovare lavoro, Beverly Greene non si fece fermare dai pregiudizi e dalle barriere sociali dell’epoca.
Nel 1945 si trasferì a New York per partecipare a un progetto di sventramento urbano nella Lower Manhattan per far posto a un nuovo quartiere residenziale: Stuyvesant Town. L’impresa che avrebbe finanziato il progetto, la Metropolitan Life Insurance Company, aveva chiaramente affermato che gli appartamenti sarebbero stati assegnati prioritariamente ai veterani della Seconda guerra mondiale e, soprattutto, che quelle case sarebbero state destinate ai bianchi. Nonostante questo, dei tanti che si candidarono come progettisti, Beverly Greene fu la prima persona a essere assunta (2). Ma Greene non seguì il progetto per tutto il suo sviluppo perché, aspirando a migliorare la propria istruzione, rinunciò al lavoro per proseguire gli studi grazie a una borsa di studio ottenuta presso la Columbia University.

Oltre all’edilizia popolare, la maggior parte dei lavori di Beverly Greene si concretizzò in edifici per la sanità e l’istruzione, in particolare per la University of Arkansas, il Sarah Lawrence College e la New York University. Forse si concentrò su queste tematiche perché nel settore pubblico era più facile, per una donna afroamericana dell’epoca, trovare un impiego. O forse riconosceva l’importanza della responsabilità sociale del ruolo dell’architetto e voleva che questa consapevolezza si riflettesse nelle sue opere.

Purtroppo, per quale che sia la giusta interpretazione, rimane una speculazione: del pensiero di Beverly Greene non ci sono giunte testimonianze scritte, se quel che possiamo leggere indirettamente negli edifici che ha costruito.



  1. Lowell D. Thompson, African Americans in Chicago, Arcadia Publishing, Charleston SC 2012, p. 17.
  2. Beverly Loraine Greene su Illinois Distributed Museum, sito che mette in luce la storia e i lavori delle persone che hanno fatto e fanno parte della University of Illinois in Urbana-Champaign.
  3. Foto di copertina di Ron Thomas da Pexels.

Unagna

Unagna

Ha sempre scritto, anche quando non sapeva farlo. I suoi disegni di bambina sono pieni di lettere e parole. Scriveva anche sulle pareti di casa finché sua madre non le ha intimato di smettere. Allora passò a disegnare crepe sui muri cercando di farle sembrare quanto più vere possibili per non essere sgridata. Guardando al passato e vedendo che è laureata in Ingegneria Edile-Architettura, dove si imparano un sacco di cose interessanti sulle crepe, qualcuno potrebbe dire che il suo destino era scritto. Oggi crede che dovremmo fare più attenzione al patrimonio edilizio esistente e non ha mai perso la passione per la scrittura (pur essendosi rassegnata a farlo sui supporti tradizionali).

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