La speculazione edilizia

La speculazione edilizia
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architettura
foto di Metauro Colossum

Di tutte le opere umane, da una non possiamo sottrarci: ed è la architettura. L’edilizia, il costruito, la città. Ma non possiamo trovare una via di fuga nemmeno nella natura: anche dove non abbiamo costruito, sono presenti i segni della modifica dell’uomo sull’ambiente. L’inesplorato e le foreste vergini in cui nessuno ha ancora messo piede non esistono più. Nel bosco percorriamo strade disegnate dal passaggio di altri prima di noi. A meno di non perdersi completamente fuori sentiero, o di nuotare al largo, con la costa scomparsa alla vista, sott’acqua, abbiamo sempre davanti agli occhi il risultato di come l’uomo ha agito sul paesaggio. Nossignori, non si scampa.

Per questo, ogni atto di modifica dell’ambiente dovrebbe essere ben ponderato: l’antropizzazione è una grande responsabilità, che avrà ripercussioni sulle altre persone che andranno ad abitare quello spazio. Inoltre, l’architettura non deve fermarsi a essere responsabile nei confronti degli uomini, perché abbiamo capito che, anche se costruiamo giganti per dimostrare che non siamo piccoli, di questo mondo noi siamo solo ospiti fra i tanti e non i padroni[1].  Se vi interessa la disquisizione in merito, vi consiglio di leggere “Architettura e democrazia” di Salvatore Settis, un lucido compendio sul tema della responsabilità etica e civile dell’architetto.

Però non è semplice riconoscere questo aspetto mentre passeggiamo nelle nostre città: guardandoci intorno, non appare immediato l’intento urbanistico di creare un ambiente accogliente per chi lo abita e lo attraversa. Normalmente non ce ne rendiamo conto perché andiamo di fretta senza osservare, ma non siamo invogliati a farlo anche per via del piattume, del grigiore, dell’anonimato e dell’impersonalità che alcuni luoghi trasmettono. Se non comunicano niente, è normale non avvertire nulla. Per non parlare dei casi in cui siamo di fronte a edifici disarticolati come vagoni del treno deragliati, e quartieri trascurati, trasandati, peggio: squallidi. Quando troviamo luoghi particolarmente piacevoli, invece, tendiamo a esserne immediatamente colpiti. È capitato anche a voi? C’è un luogo particolare dove siete stati che vi ha dato questa sensazione, sia stato esso all’aperto o al chiuso? Pensateci.

Con questa rubrica, vorrei cercare di rendervi consapevoli di queste differenze: fra architetture che ci influenzano positivamente e architetture che lo fanno negativamente. I luoghi trasmettono già sensazioni positive, negative o senso di indifferenza, ma vorrei che ve ne accorgeste.

Per capire meglio, vi invito a provare un gioco che faccio spesso di fronte alle opere.

Mi avvicino per osservarle, le scruto, cercando di conservare  la mia ignoranza sul loro autore, facendomi investire dalle sensazioni a prescindere dal mio giudizio su di esse. Dei quadri non leggo i titoli, apro libri di istinto per carpirne alcune frasi, cammino naso per aria nella città cercando l’edificio o la sistemazione urbanistica che mi fanno sentire bene. Quando trovo qualcosa che mi colpisce, che per descriverla a chi non la può vedere dovrei usare un fiume di parole, ma che posso riassumere semplicemente con “ecco, questo è il bello!” allora mi fermo. E vado a controllare chi l’ha fatta. Nella quasi totalità dei casi, scopro che l’autore è un personaggio famoso.

In mezzo a tanti anonimi dipinti in un museo, un quadro di Raffaello. Un edificio di Renzo Piano. Una frase letta su un cartellone pubblicitario: di Italo Calvino. Questo è quanto di più vicino all’arte riesco a dare: uno spostamento delle emozioni. Se in me qualcosa si è mosso, lo avrà fatto anche negli altri, e questa capacità di smuovere il nostro stato d’animo è il discrimine fra un’opera degna di nota dalle altre. È il mio modo di valutare se ha senso che un’opera sia famosa. Quanta meraviglia fra le capacità umane, quella di riuscire a creare qualcosa che modifichi il pensiero altrui, che ci faccia anche solo momentaneamente soffermare, rilassare, sussultare! Nel caso della città e degli edifici, se mi sembra che gli spazi siano stati costruiti e organizzati a misura d’uomo, per le persone, allora ecco l’architettura.

architettura
foto di Metauro Colossum

Non è detto che un autore riesca sempre nell’intento di influire positivamente sulle sensazioni umane, come non è detto che un’opera tocchi universalmente tutti. Per quanto riconosciuto da molti come ottimo compositore, se a qualcuno non piacciono le sinfonie di Beethoven, può scegliere di non ascoltarlo. Ma l’architettura ci costringe sempre ad avere a che fare con lei. Posso scegliere il luogo dove abitare, ma non posso scegliere come questo luogo è stato costruito, con i suoi quartieri, strade, parchi ed edifici. Ma posso imparare a riconoscere cosa mi condiziona positivamente e cosa no nell’ambiente in cui vivo, per non accettarlo più passivamente, per diventare un abitante consapevole della città.

Inizio dunque questa rubrica intitolandola “La Speculazione Edilizia”, con l’intento di aiutarvi ad apprezzare l’architettura e l’urbanistica positive a discapito degli interventi fatti al solo scopo di ingrassare le tasche di costruttori e proprietari dei terreni, ma anche come omaggio all’omonimo libro di Calvino apparso nel 1957 sulla rivista “Le Botteghe Oscure” e poi edito nel 1963 (che, potrete immaginare, vi consiglio di leggere).

Le immagini e le foto che mi accompagneranno sono di Metauro Colossum, nome d’arte di Giuseppe Antonuccio. Metauro è il nome latino della sua città d’origine, Gioia Tauro (provincia di Vibo Valentia). In italiano, il colosso di Gioia Tauro: un monumento per una città. Un nome appropriato per corredare questa rubrica.


[1] La frase è tratta dalla storia a fumetti “Topolino e il mondo che verrà” di Casty, pubblicata su per la prima volta su Topolino 2721 – 2724.

Unagna

Unagna

Ha sempre scritto, anche quando non sapeva farlo. I suoi disegni di bambina sono pieni di lettere e parole. Scriveva anche sulle pareti di casa finché sua madre non le ha intimato di smettere. Allora passò a disegnare crepe sui muri cercando di farle sembrare quanto più vere possibili per non essere sgridata. Guardando al passato e vedendo che è laureata in Ingegneria Edile-Architettura, dove si imparano un sacco di cose interessanti sulle crepe, qualcuno potrebbe dire che il suo destino era scritto. Oggi crede che dovremmo fare più attenzione al patrimonio edilizio esistente e non ha mai perso la passione per la scrittura (pur essendosi rassegnata a farlo sui supporti tradizionali).

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