La scatola

La scatola

X si rivolge al lettore: «Mesi fa hanno aperto una pasticceria chic e oggi me la sono voluta concedere. Indovinate chi era seduto al tavolo accanto al mio.»


Glise, Qualia e Stasi intorno ad un tavolino da fumo di legno di ciliegio coperto da una trina all’uncinetto celeste. Al centro del tavolo, una scatola di latta ammaccata.
Qualia perplessa:
«Una scatola?»
Glise: «L’ho trovata rimestando la terra nell’orto del palazzo… Che ne pensate?»
Stasi: «È un oggetto d’arte assoluto e unico.»
Qualia: «Ha dei dettagli incantevoli.»
Stasi: «Beh, ma si sa: più è particolareggiata, meno saranno gli universi del possibile che andrà a profilare nel lettore di significato.»
Glise irritata: «Segate di semiotica.»

Qualia cercando di mediare: «Mmmh, Stasi, non è come affermare che la personalità non è rilevante?»

Glise fremente: “Allora! La apriamo insieme?»

Stasi, ignorando Glise per dispetto: «Certamente, parlando di personalità, quello che importa è ciò che contiene la scatola. Ai fini ultimi dell’arte estetica, intendo. Che è un arte che dal bianco al nero spazia entro ogni sfumatura dell’essere. Se vogliamo, la scatola si trova tra l’apocalisse e lo zen. Ma …»
Glise, bisbigliando a Qualia: «Siamo all’estetica.»
Qualia, sentendo il bisogno di una pausa: “L’acqua sarà calda, prendo il tè.” Quindi si alza e lascia la sala del locale.

X si rivolge al lettore: “Sarà di casa, in effetti l’uomo che mi ha servita le somiglia.”


Stasi: «… ma, dicevo, le sfumature sono infinite. E l’infinito da un senso di complessità ed ansia, e al contempo di semplicità e benessere. In fondo, siamo sotto la medesima volta stellata, a contemplare quello che non c’è dato di sapere.»
Glise con affetto, la sfotte fra sé e sé: «Momento romantico…»
Stasi: «È la nostra sensibilità che ci porta ad essere curiosi, ma l’ignoto è lussuria laddove la scatola è sia desiderio che volontà.»
Glise la guarda sbigottita.
Stasi, per paura di aver detto qualcosa di eccessivamente radicale, precisa:
«Per la morale eteronoma almeno.»
Glise: «Imposta dall’alto, giusto?»

Brevissima pausa.

Stasi continua: “Esattamente! Toccarla, quindi entrarci in relazione, ne rovina la bellezza. Le fa perdere la sua funzione di oggetto di culto, si crede.»
Glise: «A me le scatole servono per organizzare le cose, per poi ritrovarle quando mi serv…»
Qualia irrompendo rumorosamente nella stanza con in mano un vassoio d’argento misto ad altre leghe, interrompe Glise nel mentre dice: «È la triste vicenda d’ogni scatola», sorride e prosegue: «quella di venire prima o poi, inevitabilmente deflorata.»
Glise ride e squittisce, come suole fare quando ritiene una battuta pungente e non solo.

Qualia posa con gesto fluido e aggraziato il vassoio sul tavolino, fa una piroetta, e con altrettanta fiera grazia e fluidità si siede. Stasi non si scompone e prosegue il sermone: «Abbandonare del tutto l’egocentrismo e l’antropocentrismo è illogico, oltre che infattibile, perché la nostra è necessariamente una visione parziale: noi siamo una parte del tutto. Allora apprezzare l’anonimo e l’inanimato ci eleva ad un livello connetivo collettivo.»
Glise piano a Qualia: «Come i Borg?»
Qualia bisbiglia di ritorno: «Buona che ti mangia!»

Glise: «Ho capito. La scatola perfetta è il superamento della scatola. »

Stasi, Qualia e Glise bevono un lungo sorso di tè, cigola una porta chissà dove, tubano dei piccioni. Glise appoggia la sua tazza: «Io rimango curiosa, l’ho portata e ora la apro.»
Qualia posa fragorosamente la sua tazza: «Aspetta un attimo!!!»
Glise si versa del tè addosso e lancia il cucchiaino dietro di sé per lo spavento. Qualia fissa minacciosa Stasi. Glise capisce che Qualia non urlava a lei. Questa constatazione e un sorso di tè la tranquillizzano.

Qualia: «Ora che ci ripenso! È vero, parli di una dittatura. E non posso passar sopra questo culto della morte! Ogni particolare ha una storia e la storia ci aiuta a crescere. Più una cosa è particolareggiata più uno si espone, rischia, spezza l’equilibrio, si sbilancia, vive! Ma ‘il bello’ è proprio questo. La perfezione è statica, e non dice niente.»
Glise con un velo sopra il suo sguardo, che volge poi a terra: «Già! E non serve a niente…» Si riprende e baldanzosa si rivolge di fronte a sé: «Ma poi esiste una scatola perfetta?!»

Qualia sta al ruzzo:

«O è sufficiente concepire il paradosso di cui parli per essere parte della luce … dell’anima cosmica … dell’etere? E giovarsi dell’inconsistente?»

Stasi divertita dall’enfasi generale e dalla provocazione di Qualia prende tempo camminando intorno al tavolino, finisce il contenuto della sua tazza, e passandosela fra le mani: «Prendiamo questa scatola. La sua dimensione, il suo colore e la singolare percezione che abbiamo di essa, vanno a creare un universo di significati che per ognuno differisce, differendo anche nelle similarità con l’universo di qualcun altro. Eppure le divergenze e le similitudini rientrano nel tutto: compongono il flusso pulsante del concepibile e dell’inconcepibile riuniti. La nostra società della conoscenza è sì tipo quella dei Borg di Star Trek, e sì, avevo sentito la tua battuta Glise. Ma senza Ape Regina. Sarebbe auspicabile che ognuno mettesse la propria personalità per il bene comune, senza alcun obbligo di farlo però.»

Fa una smorfia triste e riprende: «E soprattutto senza la paura di dire quello che pensa.» Sorride gentilmente ad entrambe e continua: «Quello che voglio dire è che credo, che le persone siano una scatola imperfetta, o meglio, perfetta nella sua imperfezione. Perché ai fini dell’arte, e quindi dell’avvaloramento dell’esistenza, l’atto più importante è quello di porsi davanti all’oggetto d’arte, di riconoscerlo, di concentrarsi su di lui. Di crearlo.»
Glise in un inquietante sorriso pacato: «La morte fa solo parte della vita.» Qualia con le scintille negli occhi: «Si innestano l’una nell’altra in un cerchio che si chiuderà solo dopo aver trovato l’infinito.»


X si rivolge al lettore: «Arrivate a parlare di morte, quelle tre assurde ragazze sembrano essersi intese. È morta anche la conversazione. Poi all’unisono hanno detto: «Apriamola!» Ma non sono riuscita a vedere cosa ci fosse dentro…»

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Alice Bianchi

Alice Bianchi

Nata e cresciuta a Pisa, dopo il triennio in comunicazione, sta concludendo il corso pre-accademico di canto lirico al Mascagni di Livorno. Ora si sente ganza e La Ganza l'ha fondata, ma l'ha fatto più che altro per ruzzare in bella e buona compagnia.

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