Streaming e download: la fine dei formati musicali fisici?

Streaming e download: la fine dei formati musicali fisici?

L’avvento dell’audio consumer digitale ha posto l’industria discografica in una situazione decisamente difficile. Da sempre, essa si è basata sulla vendita di supporti musicali contenenti le performance registrate degli artisti sotto contratto: long playing, nastri, CD, DVD, SACD

I proventi delle vendite dei supporti hanno sempre largamente superato il gettito provenienti dai diritti per la trasmissione radiofonica/televisiva, dallo sfruttamento commerciale (jingle pubblicitari) e anche quello dei concerti live e finanche del merchandising.

Da questo punto di vista, il più grande nemico delle case discografiche è sempre stato la pirateria, fosse questa industriale o amatoriale, casalinga. Chi, oggi 50enne, da ragazzo non aveva un registratore a cassette con cui registrava musica dalla radio o riversava dischi e nastri degli amici per non comprare il più costoso LP o nastro ufficiale?

In effetti, però, il danno prodotto dalla pirateria musicale era tutto sommato limitato, perché le copie prodotte erano sempre di qualità inferiore agli originali, per cui spesso gli appassionati preferivano spendere di più e acquistare l’originale. Inoltre, un accordo tra le major discografiche ed i produttori di supporti magnetici (e poi ottici) garantiva alle prime una royalty sulle vendite dei supporti vergini.

Semmai, il problema più grosso era quello dei bootleg, cioè dischi prodotti illegalmente a partire da registrazioni live.

Spesso si trattava di registrazioni di qualità e produzioni raffinate.

Alla fine dei conti, comunque, fino all’avvento del CD-R, le case discografiche hanno prosperato grazie alle vendite di LP, nastri su cassetta e su bobina, cartucce Stereo 8 (molto usate in auto negli anni ’70), e poi CD, DVD e SACD.
Poi, la catastrofe: grazie al CD-R ed ai registratori CD, ed anche ai masterizzatori da computer, è stato improvvisamente possibile realizzare copie dei CD perfettamente uguali all’originale (parliamo ovviamente del contenuto musicale, non certo delle copertine o dei libretti dei testi). Questo proprio in un momento in cui il CD rappresentava il 95% del fatturato delle case discografiche.

Queste hanno cercato di reagire in vari modi: hanno preteso una royalty sulle vendite dei CD-R, hanno richiesto e ottenuto leggi severe contro la pirateria musicale, hanno realizzato CD con una particolare tecnologia anti-copia… Tutto con scarso successo: gli anni ’90 hanno visto una progressiva contrazione del volume di affari delle case discografiche e l’inizio di un processo di evoluzione del business musicale che è tutt’ora in fase di completamento.

Le mastodontiche strutture delle major si sono fortemente ridotte, ed è aumentato enormemente il ricorso a piccole strutture indipendenti per la realizzazione delle registrazioni.

Contestualmente, le case discografiche hanno pesantemente rivisto al ribasso i contratti con gli artisti ed hanno totalmente abbandonato la politica di produzioni musicali “a pioggia” che aveva caratterizzato gli anni ’60 e ’70 e che aveva permesso che produzioni musicali ardite o fortemente originali raggiungessero il mercato per godere di inaspettato successo. Questo ha reso estremamente difficile per molti artisti farsi conoscere e ha determinato un certo “incancrenimento” del mercato musicale, con artisti ormai affermati chiamati a perpetuare un prodotto musicale sempre uguale a se stesso.

Poi è arrivata internet ed è stata una seconda debacle per le case discografiche: difatti, era ormai possibile “rippare” un CD e metterlo su un sito per condividerne il contenuto con chiunque volesse scaricarlo per ascoltarlo con il proprio computer o per masterizzarlo su un CD-R.
Ancora meglio: grazie ai DAC (Digital-to-Analog Converter, convertitori digitali/analogici) con ingresso USB era possibile collegare il PC direttamente all’impianto stereo e ascoltare i file musicali estratti dai CD altrui sul proprio impianto stereo senza neanche bisogno di un lettore CD.

I servizi di file sharing si sono moltiplicati: e-Mule, Torrent

Ovviamente, le case discografiche si sono attivate per porre un freno a queste pratiche e numerosi siti di file sharing sono stati oscurati.
Più saggia è stata la scelta di molte case discografiche, attorno al 2010, di mettere a disposizione a pagamento i file musicali da cui venivano prodotti i propri CD su Internet, per cercare di recuperare dalla finestra gli introiti persi dalla porta a causa delle mancate vendite dei CD.
Tra l’altro, spesso i file musicali ufficiali erano di qualità superiore a quella che il formato CD permetteva, per cui i file dei CD rippati suonavano peggio di quelli venduti ufficialmente via Internet delle case discografiche.

Purtroppo, l’iniziativa si è rivelata solo un palliativo di limitato effetto, in quanto gli appassionati si sono presto accordati per condividere la spesa per un download tra 10, 20, 50 persone…
Internet a larga banda permetteva ormai di scambiare file di grandi dimensioni, anche quelli dei file musicali ad alta risoluzione, in pochi minuti: ben altra cosa rispetto a solo pochi anni prima quando si andava a letto dopo aver iniziato un download di un album sperando che si completasse prima del risveglio la mattina successiva…

In definitiva, il download non ha mai rappresentato una frazione rilevante degli introiti delle case discografiche, che nel frattempo hanno cercato con tenacia di mantenere in vita l’asfittico mercato dei supporti musicali fisici proponendone sempre di nuovi e più performanti: DVD audio, SACD, Blue-Ray.
Il tutto mentre il CD si avviava verso la totale scomparsa ed il vinile, inaspettatamente, riprendeva quota in quanto oggetto “trendy” per i più giovani.

C’è da dire che a questo punto, le case discografiche avevano praticamente completato il processo di ristrutturazione: tagli ai dipendenti oltre il 90%, chiusura delle filiali nazionali, chiusura degli studi, potenziamento della divisione merchandising e di quella dedita alla promozione degli artisti…

La struttura estremamente più snella ha permesso loro di sopravvivere conservando il loro più grande tesoro, cioè 60 anni di registrazioni da riproporre al momento giusto.

Ed il momento giusto è arrivato di li a poco grazie ad un visionario americano, Bill Gates, che ha ideato iTunes e lo streaming, cioè un servizio su rete grazie al quale, utilizzando opportune applicazioni, l’utente può ascoltare musica a pagamento dalla rete senza però poterla memorizzare sul proprio dispositivo, che sia PC o smartphone. In questo modo, l’utente è costretto a pagare un abbonamento mensile per accedere al servizio. C’è da dire che l’idea è ottima: al prezzo di un CD al mese, l’utente ha accesso illimitato ad una discografia estesissima e può riascoltare qualunque brano e album quante volte vuole. Non c’è più bisogno di spazio (materiale o su hard disk) per conservare la propria musica e si gode degli avanzamenti tecnologici che, negli anni, permettono di accedere a musica di sempre maggiore qualità sonora. Addirittura, alcuni servizi di streaming sono gratuiti, a patto di accettare qualche jingle pubblicitario tra un brano e l’altro.

Lo streaming ha decretato la fine del download a pagamento e una fonte di guadagno sicura per le case discografiche, oltre che una grande soddisfazione del fruitore finale.

Tutti contenti, dunque?

Non proprio. Lo streaming si è rivelato, per gli artisti, una vera dannazione, in quanto la percentuale netta di royalty ad essi riservata sul singolo brano è veramente miserrima. Parliamo di frazioni di centesimo! In pratica, oggi un artista guadagna da milioni di brani ascoltati in streaming meno di quanto guadagnava un tempo vendendo un migliaio di CD… Ovviamente, i grandi artisti pop risentono poco di questa situazione in quanto guadagnano ormai solo dalle proprie esibizioni live e dallo sfruttamento della propria immagine.
Ma gli artisti minori e quelli esordienti sono in grossa difficoltà, in quanto spesso i servizi di streaming (dai quali non possono prescindere per vendere la propria musica) non rendono loro neanche il tanto di ripagarli delle spese sostenute per registrare il proprio prodotto, che sono costretti a realizzare in proprio in quanto le case non sono più disposte a scomettere e a rischiare su di loro.

Non parliamo poi dei costi di promozione. Un duro colpo per l’industria musicale indipendente.

Saranno gli artisti indipendenti e quelli minori che garantiranno, almeno per un bel pezzo, la sopravvivenza del CD.

In quanto la stampa e la vendita di questo supporto è l’unico modo che hanno per garantirsi un adeguato introito dalla loro musica.

Da parte sua, il vinile sembra stia vivendo una seconda giovinezza (ha superato, in volume di vendite, il CD, più per demerito di quest’ultimo che per meriti propri…) grazie sia ai giovani che ne subiscono il fascino un po’ rétro, sia grazie agli appassionati di alta fedeltà che continuano a considerarlo una sorgente di elevatissima qualità sonora e mal si adattano alle tecniche digitali richieste per fruire dei servizi di streaming ad alta risoluzione (Tidal, Qobuz, Amazon HQ tra gli altri).

In definitiva, affermare che lo streaming sia l’ultimo chiodo sulla bara dei supporti musicali materiali è senza dubbio prematuro, almeno finché ci sarà qualcuno (case discografiche, artisti musicali, appassionati) interessato alla loro esistenza.

Marco Manunta

Marco Manunta

Marco Manunta è un appassionato di musica riprodotta che ha fatto dell'alta fedeltà il proprio lavoro. Possiede più di 1500 LP e ha realizzato con la sua azienda M2Tech (www.m2tech.biz) un apparecchio che permette di registrare il vinile in digitale su computer con una qualità elevatissima.

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