Stravaganze (extra)accademiche

Stravaganze (extra)accademiche

Occasione spinta: leggo, per l’ennesima volta, gli ultimi paragrafi del sesto volume del Tristram Shandy. Quel giorno, Alice mi chiede se ho voglia di partecipare «con qualche articolo» al progetto de’ La Ganza.

Tra le immagini stereotipate dello ‘Scrittore’ raccolte dalla prima redazione del G.A.N.Z.O. (l’antenato cartaceo giovanile della Ganza) ce ne sono un paio che non mi hanno mai abbandonato: la grotta-antro entro cui lo Scrittore si sarebbe ritirato per comporre le proprie Opere, e il topo muschiato chiamato ‘Raschietto’ che avrebbe rappresentato il suo unico compagno di vita. A dieci anni di distanza, quell’immaginario fatto di solitudine, incomprensione e malinconico grigiore non appartiene più alla figura dello scrittore (o comunque non la esaurisce), mentre funziona ancora piuttosto bene per  indicare lo studioso – in particolare lo studioso umanistico – ancora più in particolare lo studioso di Letteratura. Impietosamente, le immagini della grotta e di Raschietto si fondono nella locuzione più usata per definire questo curioso personaggio: il topo di biblioteca, per l’appunto.

Sulla base della mia scarsa esperienza, posso confermare che in effetti esiste il rischio di una vita solitaria, scandita da veri e proprio colloqui con le opere studiate (i testi non parlano, ma a volte rispondono) e tendenzialmente chiusa nello spazio di un archivio, di una sala di lettura, di uno studio – che può assumere la forma di un ufficio se hai fatto carriera, di un tavolo da cucina o di un letto se sei ancora nel pieno della gavetta. Le occasioni di incontro e di discussione non sono molte, e non è facile sfuggire  alla tentazione, sempre in agguato, di isolarsi nello studio di un solo autore, di un solo secolo o di una sola opera: presupposto fondamentale per lo scambio vivo di idee resta una comunità di persone vigili e curiose, magari sostenute nelle loro discussioni da una caraffa di vino bianco e da un numero imprecisato di patatine.

Eppure il lavoro condotto in solitudine può assumere, a mio avviso, derive ben più pericolose dell’eccessivo specialismo e dell’autoreferenzialità. C’è qualcos’altro che sfugge, uno scarto non tanto minimo tra ciò che in ambiente universitario si legge e si scopre e ciò che trapela al di fuori, al senso comune, in una parola alla gente.

Il sentimento di separatezza che sempre più sembra dividere il professore dagli studenti, e in generale l’accademico dal resto del mondo, troppo spesso ci fa dimenticare che all’origine dei romanzi, delle riviste, delle novelle studiate fin nei minimi particolare ci sono storie o, per essere più precisi, dei problemi còlti e raccontati da uomini ad altri uomini. Ed è curioso che proprio chi ha scelto di indagare, nelle pieghe del testo, i meccanismi segreti del racconto e della parola abbia poi tanta difficoltà a restituirli ai non specialisti: il cerchio non si chiude, ed è un gran peccato.

Nel proporre la rubrica stravaganze (extra)accademiche mi piacerebbe dunque provare a presentare (non spiegare né tantomeno chiarire) alcune delle cose belle che la ricerca accademica mi ha permesso, e tutt’ora mi permette, di scoprire. Ogni articolo trarrà spunto da un’esperienza della mia vita di studiosa, che potrà di volta in volta essere un testo, un nuovo concetto teorico, un dubbio filologico (non spaventatevi: è una brutta parola ma è innocua), e che chiameremo, come avrebbe fatto Montale, “occasione spinta”. L’occasione spinta di oggi coincide con una pagina di un mattone settecentesco a me molto caro, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, in cui Laurence Sterne fa tracciare al suo narratore-personaggio una sorta di elettrocardiogramma delle storie da lui raccontate nei volumi precedenti. Il racconto di Tristram, lungi dall’essere coerente e lineare, viene rappresentato così:

I segmenti tortuosi che uniscono i diversi episodi di questo strambo romanzo rappresentano efficacemente il senso di ciò che mi propongo di fare: un movimento di conoscenze che dall’interno dello spazio accademico va verso l’esterno (extra-accademico) e che ho definito stravaganza in onore all’etimologia di questa parola, che racchiude sia l’idea di un’originalità bizzarra sia il concetto di deviazione da un tracciato prestabilito. Per essere più semplici, iniziando a uscire dal gergo accademichese, vorrebbe essere un curioso, inusuale, atto di condivisione.

BidiBi

BidiBi

Nata e cresciuta a Pisa, emigrata a Udine, pendolare tra il Friuli e la Germania, cerca di portare a termine un dottorato ancor più itinerante in Italianistica. I libri non li legge, li vive: ogni volume della sua libreria porta rughe e cicatrici diverse sotto forma di appunti, orecchie, ditate di cioccolato, dediche, sottolineature. La sua anima è altrettanto densa e pasticciata.

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