Breve storia del VINILE

Muro di vinili

Il vinile è attualmente, se si eccettua il nastro su bobina che ha avuto però una diffusione praticamente irrilevante, il supporto per musica più longevo della storia della discografia commerciale. Nato nel 1948 e tutt’ora in servizio, batte di gran lunga, con i suoi 72 anni di vita, il 78 giri (stampato in quantità più o meno dal 1925 al 1950), il Compact Disc (presentato nel 1982 e praticamente morto da una decina d’anni) e la Compact Cassette (lanciata sul mercato dalla Philips nel 1963 e anch’essa commercialmente defunta alla fine degli anni ’90 con la nascita del CD registrabile).

E’ anche un supporto che offre una qualità sonora decisamente elevata. A fronte di prestazioni strumentali (cioè misurabili in un qualunque laboratorio) inferiori al CD e anche ai migliori nastri su bobina, il suono registrato nel vinile è, a detta di moltissimi appassionati, il suono migliore di cui la musica e chi l’ascolta possano godere, nonostante il fruscio di fondo e il non infrequente mistracking (cioè la distorsione causata dalla puntina che non riesce a leggere correttamente il solco).

Il disco di vinile microsolco a lunga durata (long playing) nasce per soddisfare numerose esigenze che il vecchio 78 giri di gommalacca non era in grado neanche di avvicinare.

Una maggiore fedeltà sonora con una gamma di frequenze riprodotte  più ampia di quella permessa dal 78 giri (da 30Hz a 18kHz per il disco di vinile, a fronte di 80Hz-5/8kHz delle migliori lacche a 78 giri), un minore rumore di fondo e, soprattutto, una maggiore durata del programma musicale in essi inciso.

Vinile sul piatto, mani del DJ

Le due facciate di un 78 giri permettevano di registrare circa 6-7 minuti: durata perfetta per la musica pop, meno per il jazz, decisamente troppo poco per la classica. Difatti, quando le case discografiche decidevano di proporre opere complete su 78 giri, erano costrette a stampare molti dischi, a volte anche 20-30, che venivano raccolti in pesantissimi album di cartone e pelle, simili a quelli per le fotografie: per questo ancora oggi il disco in vinile viene chiamato “album”.

Il 1948 è l’anno fatidico. Varie aziende americane recepiscono le esigenze espresse dai consumatori e lavorano in grande segretezza e assolutamente da sole per sviluppare un nuovo supporto che le soddisfi tutte, allo stessi tempo garantendo lauti profitti. Non dimentichiamo che al tempo, e ancora per molti anni, i supporti fisici e la radio costituiranno, per moltissime persone, l’unica possibilità di ascoltare musica. Ma mentre la radio obbligava l’appassionato ad appuntamenti rigorosi in funzione del palinsesto e ad una scelta spesso limitata, l’acquisto di dischi permetteva maggiore libertà di scelta e comodità di fruizione.

Le due principali aziende americane impegnate in questa gara tecnologica sono la Columbia Records (oggi Sony Music) ed il gigante dell’elettronica RCA (Radio Corporation of America).

La prima punta ad una clientela matura e decide di realizzare un disco di grande diametro (30cm contro i 25cm dei 78 giri), ovviamente di vinile, che ruota a 33,1/3 giri al minuto per garantire una durata totale dei due lati di circa 45-50 minuti. In questo modo, un solo disco può contenere un intero album di canzoni popolari o jazz, un’intera sinfonia di media durata o un tempo di un’opera lirica. Con due-tre dischi al massimo, qualsiasi opera poteva essere offerta in un sottile album, al posto degli ingombranti album di 20-25 dischi a 78 giri.

La RCA invece sceglie un supporto, sempre in vinile, in grado di offrire una superiore qualità sonora, anche a quella del 33 giri Columbia, di minori dimensioni e rotante ad una velocità superiore: 45 giri al minuto. La durata è paragonabile a quella del 78 giri, il suono incommensurabilmente superiore ed il costo di molto inferiore. Si trattava di un miglioramento del disco già sviluppato durante la guerra per inviare ai soldati americani al fronte musica dalla madrepatria.

Vinile, particolare della puntina

La vera lotta si scatena a livello commerciale, perché i due formati vengono lanciati più o meno nello stesso periodo. Vince il 33 giri grazie ad una grande idea dell’ufficio commerciale Columbia: offrire ad un prezzo ridotto un pacchetto contenente dieci long playing ed un giradischi in grado di leggerli. Non dimentichiamo che i vecchi grammofoni per i 78 giri non erano in grado di leggere i long playing, che erano microsolco, per cui l’utente necessitava di un nuovo giradischi adatto ad essi.

Il 45 giri vivacchia per una quindicina d’anni finché, negli anni ’60, la musica pop ne decreta una nuova vita grazie al prezzo ridotto che permette ai teenager di comprare dischi con i brani di maggior successo dei loro cantanti preferiti senza dover sopportare il maggior esborso richiesto per l’acquisto dell’intero LP.

Il long playing ha un successo incredibile, di cui la Columbia gode per poco tempo prima di dover condividere la tecnologia con le altre case discografiche. Queste aumentano in quantità e offrono una produzione variatissima, dalle grandi opere classiche ad una vastissima scelta di jazz, blues e altri generi, fino alla musica pop e folk. Nascono case che si specializzano in un solo genere, come quelle, in USA, destinate alla sola popolazione di colore (i cosiddetti “Race Records”), mentre il long playing viene anche usato a fini didattici incidendovi lezioni di qualunque materia, a supporto di mamme e tate con i dischi di fiabe, ma anche a fini di archiviazione: registrazioni di discorsi di grandi statisti o uomini di scienza sono piuttosto comuni tra gli anni ’50 e ’70.

Il long playing (ma anche il 45 giri) sono dischi sottili ed il loro contenuto esprime una grande dinamica.

Ovvero un’ampia differenza tra il massimo livello sonoro e quello più lieve percepibile sopra il rumore di fondo del disco. Questo crea un problema in fase di incisione: le note più gravi richiedono una profondità di incisione notevole, spesso tale da superare la metà dello spessore del disco, mentre le note più acute, di ampiezza molto ridotta, vengono spesso coperte dal rumore di fondo. Per questo motivo, immediatamente le varie case discografiche adottano delle equalizzazioni del segnale prima di inciderlo nel disco. Applicano cioè dei filtri che riducono l’ampiezza dei segnali a bassa frequenza e aumentano quella dei segnali ad alta frequenza. Ovviamente, in fase di lettura del disco il giradischi o l’amplificatore ad esso collegato dovevano applicare l’equalizzazione opposta.

Dato che ogni casa discografica applicava la propria curva di equalizzazione, diversa dalle altre, si rende necessario dotare l’amplificatore di un circuito che permette di adattare il circuito di equalizzazione di lettura al particolare disco di volta in volta letto: il controllo dei toni, che non serve, come molti credono, a compensare eventuali deficienze dei diffusori o l’effetto dell’ambiente sull’ascolto.

Nel 1954, la RIAA (Recording Industry Association of America) propone a tutte le etichette americane l’adozione di una curva standard, appunto la curva RIAA, ben presto adottata anche dalle case discografiche di altri paesi, come la Decca inglese.

Il 1957 è l’anno in cui viene definito lo standard per la stereofonia (prima di allora i dischi erano monofonici). Da quel momento, i vinili stereofonici si diffondono sempre più. Per parecchi anni le case discografiche continueranno a stampare anche le versioni monofoniche dei loro dischi. Per quanto un disco stereofonico possa essere correttamente letto anche da una puntina monofonica.

Vinile e braccio con puntina
Il vinile gode di grandissimo successo commerciale fino alla metà degli anni ’80, quando il Compact Disc ne decreta il rapido declino.

Tantissimi appassionati si convertono al digitale e svendono le loro collezioni di LP su vinile per sostituirle con il più comodo CD. Ma molti si accorgono che al suono del CD manca “qualcosa”. È freddo. Avaro di quelle informazioni a basso livello e microdettagli che permettono all’ascoltatore di percepire l’acustica della sala di registrazione. I piccoli rumori del pubblico che aumentano la sensazione di realismo (l’essere li…) durante l’ascolto.

Per questo motivo, il vinile non muore mai veramente e vivacchia in piccolissime quantità tra gli anni ’90 e gli ani ’10 del ventunesimo secolo. Poi succede l’inaspettato! Complici anche Internet, il download e lo streaming, il CD perde quote di mercato. Fino a diventare una percentuale marginale del fatturato delle case discografiche verso il 2010. Parallelamente, il vinile diventa “trendy”. Un po’ per tutti: per le case discografiche che riscoprono un formato che è impossibile copiare senza perdita di qualità. Gli artisti che ci guadagnano e possono sbizzarrirsi con i contenuti ancillari impossibili da stipare nella piccola confezione del CD. Ma soprattutto i giovani, che subiscono il fascino delle grandi copertine colorate. Del rito dell’estrazione del disco dalla copertina, la sua deposizione sul piatto del giradischi e la delicatissima manovra per poggiare la puntina sul solco.

Vinili in un negozio di dischi, Beatles in evidenza
Oggi il vinile produce fatturati venti volte superiori a quelli del 2000 ed ha superato il CD sia sui pezzi venduti che come fatturato.

Solo lo streaming genera maggiori introiti, per le strutture che lo gestiscono. Le royalties che lo streaming riconosce agli artisti sono irrisorie, mentre quelle provenienti dalla vendita degli LP sono ben più pingui.

Realizzare un disco in vinile è un procedimento lungo e delicato.

La musica contenuta nel nastro master (cioè quello registrato dalla casa discografica) viene inviata ad un tornio incisore. Questo incide un lungo, strettissimo solco su un disco su cui è stato depositata una sostanza malleabile. Immediatamente dopo, la sostanza viene ricoperta da una sottile pellicola metallica tramite un procedimento galvanico.

Il disco metallizzato viene usato per generare un certo numero di negativi in materiale plastico più duro. Non tanti, perché ogni volta che si stampa un negativo il disco originale si rovina un poco. I negativi poi vengono usati per stampare i dischi. Anche essi hanno una vita piuttosto breve: difficilmente un negativo può stampare più di un centinaio di dischi.

Per le tirature più corpose, spesso il processo di negativo-positivo viene allungato di un passaggio per moltiplicare i negativi da cui si ottengono i dischi. Purtroppo, l’aggiunta di un passaggio comporta un’ulteriore perdita di qualità. Per questo motivo, negli anni ’80 venne lanciato il procedimento di stampa DMM (Direct Metal Mastering). Questo permetteva di stampare al primo passaggio piccole serie di un certo titolo. Ovviamente, i dischi DMM erano più rari e più costosi di quelli “normali”.

C’è un mito legato al fatto che i dischi di vinile di deteriorano molto rapidamente col ripetersi degli ascolti. Ciò è in parte vero. Nei primi dischi Decca, la casa indicava l’entità della perdita del contenuto musicale ad alta frequenza in funzione del numero di ascolti effettuati.

E’ anche vero che negli anni ’50 la tecnologia dei giradischi derivava ancora in parte da quella dei grammofoni. Con pesanti bracci di lettura per permettere alle puntine, di taglio sferico e dalla cedevolezza limitata, di seguire adeguatamente il solco. Questi sistemi applicavano al disco una pressione di lettura molto alta che “smussava” le delicate creste dei segnali ad alta frequenza.

Vinile su grammofono

Oggi è tutto diverso. I giradischi moderni hanno bracci leggeri con puntine ad elevata cedevolezza e tagli molto affilati: da quello ellittico a quelli iperellittico, midro-ridge, gyger e fine-line. Entrano in profondità nel solco leggendone tutte le informazioni con pesi di lettura a volte inferiori ad un grammo. Nulla in confronto ai 5-10 grammi richiesti dalle puntine di sessanta anni fa. Con questi giradischi moderni, il vinile ha una vita praticamente eterna, a patto di maneggiarlo e conservarlo con cura e attenzione.

Vinile su giradischi
Marco Manunta

Marco Manunta

Marco Manunta è un appassionato di musica riprodotta che ha fatto dell'alta fedeltà il proprio lavoro. Possiede più di 1500 LP e ha realizzato con la sua azienda M2Tech (www.m2tech.biz) un apparecchio che permette di registrare il vinile in digitale su computer con una qualità elevatissima.

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