Il cielo

Il cielo

E Quindi?

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X si rivolge al lettore:  «Concluso il turno del mattino sono andata a fare jogging dopo tantissimo tempo. Ho tenuto duro per una mezz’ora, poi mi sono sdraiata in una panchina del parco antistante il bar. Poco distante, qualcuno stava mugolando un motivetto, mi sono voltata e ho rivisto una delle ragazze dell’altra sera».


Qualia stesa sul prato, canticchia tra sé distrattamente mentre annota sul cellulare: «A volte, quando guardo il cielo provo la stessa meravigliosa sensazione che si ha quando si è occhi negli occhi, in assoluto silenzio, con una persona molto cara, con la quale si ha uno smisurato grado di confidenza. Il cielo non distoglie lo sguardo, ci abbraccia sempre con estrema delicatezza e inquantificabile imponenza. Non ci chiede perché lo stiamo guardando, eppure ci restituisce sempre una ragione intima, quasi a dire che ne facciamo parte e che le risposte le troveremo, a momento debito, dentro di noi».

Si avvicina Glise: «Ciaooo!»
Stasi che le cammina accanto saluta sventolando il braccio in alto. Stanno andando verso Qualia. Questa da sdraiata si rizza a sedere e ricambia i saluti.
Davanti a Qualia, Glise con un grande sorriso: «Che fai?»
Qualia: «Nulla, guardo il cielo. Sembri di buon umore, è successo qualcosa?»
Stasi si sdraia vicina a Qualia.
Glise: «Ma no, niente di che.» Volta il capo verso l’alto: «È annuvolato.»
Stasi: «C’è una bella luce da foto.» Tira fuori dalla tasca il suo cellulare e scatta qualche foto alle nuvole.
Anche Glise si sdraia, Stasi ripone il telefonino e chiudono gli occhi.
Godono di quella pace.

Qualia spezza il silenzio: «Sapete, da piccola mettevo un piede in fuori.”
Glise: «Cioè camminavi a papera?»
Stasi: «Le papere ne mettono due in fuori.»
Qualia: «Sì comunque, tipo a papera.”

Si ammutoliscono.

Poi, Glise: «Ora cammini bene!»
Qualia: «Beh, ci ho lavorato su parecchio. In casa mi dicevano guarda dove cammini… attenta alle scale! Secondo me inciampavo spesso proprio perché invece di guardare avanti stavo a studiarmi i piedi. Più inciampavo più diventava un’ossessione. Pareva che avessi chissà quale patologia. Ero così preoccupata che presto finii per prendere il vizio opposto: mettere la punta del piede in dentro. Mamma era convinta che servisse ad assestarmi. Fatto sta che continuando ad inciampare, e guardando un po’ i piedi un po’ la strada, oggi non cammino troppo male.»
Stasi: «Com’è che t’è venuto di pensare ai tuoi piedi?»
Quasi: «Boh, ci ascoltavo respirare poco fa e ho visto le nostre pance muoversi.»
Glise: «Questa la so: respirazione diaframmatica!»
Qualia: «Ahahah!»

Stasi: «È normale, siamo rilassate. Ma che c’entra?»
Qualia: «Ho pensato che dovremmo sempre respirare così, come da bambini, e mi è tornata in mente la mia visita dal podologo.»
Glise: «Forse aveva una pancia enorme il tuo podologo.»
Stasi: «È difficile avere un buon controllo di sé.»
Qualia: «Le cose semplici sono le più complesse.»
Glise: «Come respirare e camminare?»
Qualia: «Precisamente.»
Stasi: «È vero pure che le cose considerate complesse non lo sono poi mai davvero. Credo sia più un problema di metodo e costanza.»
Glise: «Aver metodo e costanza è proprio la cosa complessa!»
Qualia: «Vale anche per le cose semplici.»
Stasi: «Semplice e complesso sono sicuramente relativi.»
Qualia lanciando alle altre una manciata di fili d’erba strappati: «Forse sì, forse no.»


X si rivolge al lettore: «Poi sono riuscita con fatica ad alzarmi, motivata a non lasciar trascorrere troppo tempo prima della prossima corsa.»
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Alice Bianchi

Alice Bianchi

Nata e cresciuta a Pisa, dopo il triennio in comunicazione e il corso pre-accademico di canto lirico al Mascagni di Livorno, ha iniziato a studiare editoria digitale. Nonostante ritenga di avere una vita sconclusionata, si sente ganza e "La Ganza" l'ha fondata. Ma l'ha fatto più che altro per ruzzare in bella e buona compagnia.

2 pensieri su “Il cielo

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