Stravaganze (extra)accademiche#1 Frastornanti straniamenti

Stravaganze (extra)accademiche#1 Frastornanti straniamenti

Occasione spinta: le biblioteche sono chiuse, la scadenza della consegna per Straniamenti e spaesamenti incalza (1) e fuori fiorisce una primavera straordinariamente dolce.

Capra arrampicata su un albero di Argan: straniamento assicurato per i visitatori occidentali
Capra arrampicata su un albero di Argan: straniamento assicurato per i visitatori occidentali
Foto di De Photos

Dopo il 9 marzo gli spazi della quotidianità, sfondo silenzioso e rassicurante nel Tempo che Fu, non sono stati più gli stessi. La condizione di isolamento vissuta in questi mesi ha sottratto, prima ancora degli affetti e del lavoro, il libero controllo del Tempo e dello Spazio, riportandoli brutalmente alla nostra attenzione: il tempo può essersi dilatato oltre ogni immaginabile sopportazione oppure essersi contratto tra il corso di Pilates su Youtube, l’ennesima torta da sfornare, i figli da intrattenere, la riunione di lavoro su Teams o su Zoom da programmare. Lo Spazio invece, ahimé, quello è rimasto ben delimitato – nella maggior parte dei casi piccolo, troppo piccolo per «romanticizzare la propria quarantena».(2)

Se anche non abbiamo imparato, sicuramente abbiamo provato a ridefinire il nuovo perimetro delle nostre giornate. E talvolta si sarà stati piacevolmente sorpresi di (ri)trovare, tra le mura di casa che si credeva di conoscere tanto bene, oggetti e dettagli che parevano dimenticati: un soprammobile rimasto per anni a impolverare il ripiano della libreria, l’albero che fa capolino dalla finestra, il rumore delle strade che improvvisamente non c’è più. Ci siamo accorti di alcune cose che ci sono state accanto per tanto tempo, ma che nel silenzio e nell’atmosfera rarefatta del lockdown sembrano imporsi con nuova forza e nuovi colori. In una parola, abbiamo fatto esperienza dello Straniamento.

Circondata da edifici sette-ottocenteschi, la Casa Danzante di Praga produce un notevole effetto di straniamento
Circondata da edifici sette-ottocenteschi, la Casa Danzante di Praga produce un notevole effetto di straniamento
Foto di De Photos

Definire con precisione lo Straniamento è un’operazione piuttosto problematica per gli stessi critici letterari, dal momento che il termine risponde a due diverse teorizzazioni, per molti aspetti simili ma non perfettamente coincidenti: quella di Viktor Šklovskij (1917) e quella di Bertold Brecht (1948-49). Entrambi prendono le mosse, ed è ciò che qui ci interessa, dal confronto con una realtà profondamente influenzata dai processi di produzione industriale – una realtà che, come gli oggetti prodotti in serie, appare uniforme e sempre uguale a se stessa. È proprio in questo contesto di monotona ripetitività che la coscienza si fa sempre meno vigile:

L’oggetto passa vicino a noi come imballato, sappiamo che cosa è, per il posto che occupa, ma ne vediamo solo la superficie. Per influsso di tale percezione, l’oggetto si inaridisce […] Così la vita scompare trasformandosi in nulla. L’automatizzazione si mangia gli oggetti, il vestito, il mobile, la moglie e la paura della guerra. (3)

In tale contesto lo Straniamento agisce come vero e proprio antidoto all’automatizzazione della percezione e dell’esperienza, assumendo forme e funzioni diverse a seconda della teoria di riferimento. Nel saggio L’arte come procedimento per esempio, Šklovskij definisce lo Straniamento come un meccanismo, un dispositivo proprio del «linguaggio poetico» – dove «poetico» si contrappone a «prosaico» non tanto in termini di genere (poesia VS prosa) quanto in termini di Letterarietà (linguaggio dell’arte VS linguaggio pratico della comunicazione quotidiana). Per essere più precisi, lo Straniamento rappresenta il procedimento che fonda e definisce l’arte in quanto tale:  per eludere la percezione meccanica di oggetti ed eventi, l’artista dovrà infatti rappresentarli e riprodurli «come se fossero visti per la prima volta». Per far vedere nuovamente un oggetto diventato familiare (e dunque invisibile) alla coscienza, Šklovskij individua principalmente tre forme di Straniamento:

  1. Rappresentare un oggetto/evento comune al di fuori del suo contesto quotidiano
  2. Rappresentare un oggetto/evento da un punto di vista inusuale o inaspettato
  3. Ricorrere a forme di linguaggio inconsuete

Rispetto a questa prima definizione di Straniamento, perfettamente circoscritta nel dominio dell’Arte, Brecht opera un netto scarto in senso etico e civile. Complice la sua attività di drammaturgo e teorico teatrale, egli sposta la propria attenzione dal procedimento all’effetto di Straniamento; il focus non è più la produzione di un linguaggio artistico ma le conseguenze che questo linguaggio ha (o dovrebbe avere) sul suo pubblico.

L’automatizzazione su cui Šklovskij riflette in una prospettiva cognitivista (insistendo sui meccanismi della percezione), acquista in effetti un valore sociale, perché investe non soltanto gli oggetti ma anche le relazioni di potere tra un essere umano e l’altro, tra l’essere umano e la natura. La rappresentazione incongrua di tutti questi elementi diventa allora occasione di riflessione critica, che risveglia la coscienza sopita dello spettatore.

Da ogni parte incontriamo cose troppo ovvie perché ci si preoccupi di capirle. Quelle esperienze che gli uomini fanno tra loro, appaiono loro come le sole naturali all’uomo […]. Perché tutti questi fatti «naturali» giungano ad apparirgli come altrettanti fatti problematici, egli dovrebbe riuscire a sviluppare in sé «l’occhio estraneo» […]. È questo sguardo arduo e fecondo che il teatro deve provocare con le sue immagini della convivenza umana. Esso deve meravigliare il suo pubblico; e a tanto può giungere mediante una tecnica che stranii ciò che gli è familiare. (4)

Passeggiando sui Lungarni dopo tanto tempo, non ho potuto fare a meno di pensare a quanto sia stata (e sia ancora) straniante l’esperienza dell’Isolamento. La sensazione di costante stupore che mi coglie nel rivedere le strade percorse centinaia di volte da quando ero bambina appartiene precisamente al cortocircuito di Šklovskij/Brecht, per cui le cose che erano familiari fino a due mesi fa vengono oggi costantemente riscoperte, e rinnovate. Persino camminare oltre i 200 metri da casa produce uno strano effetto: il corpo si riattiva insieme alla coscienza delle cose. Penso allora a quanto uno dei generi più suscettibili allo Straniamento, la letteratura di viaggio, dipenda dalle azioni di spostamento, esplorazione e scoperta; è curioso che l’emergenza Covid19 abbia provocato un effetto analogo imponendo una stasi, una delimitazione dello spazio e dell’esperienza.

Resta allora da sperare che gli Straniamenti di questi giorni seguano il percorso tracciato da Brecht: da esperienza estetica a occasione di riattivazione della coscienza. Con tutte le spinose domande che una coscienza attiva (si spera critica) comporta. Tra le tante:

  • C’è sempre stata così tanta spazzatura lungo il viale delle Piagge? Si tratta di un residuo dei passati assembramenti? E se anche fosse il residuo di un unico runner solitario, perché tanta incuria nei confronti di un posto così bello?
  • Ma Piazza dei Miracoli non è cento volte più bella senza il flusso costante dei turisti?
  • Quanto ho sminuito, in mesi di lavoro d’archivio e di biblioteca, l’importanza di camminare, respirare a pieni polmoni senza mascherina, prendere il sole?

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1.Tema proposto da una rivista molto carina di prossima uscita. Il titolo completo sarebbe Straniamenti e spaesamenti a confronto nella letteratura italiana ed europea del XVIII e XIX secolo, più in linea con lo stile accademichese che predilige titoli lunghi e arzigogolati. A discolpa dei letterati, bisogna ammettere che i loro oggetti di studio sono particolarmente cangianti, suscettibili all’influenza di moltissimi fattori. Quando si circoscrive il proprio campo d’azione, è dunque meglio essere precisi.

2. Cito da un post twitter di Johnny E. Williams, professore di sociologia al Trinity College di Hartford, corredato da una splendida vignetta.

3. Viktor Šklovskij, L’arte come procedimento in I formalisti russi. Teoria della letteratura e metodo critico a cura di T. Todorov, Einaudi, Torino 1968, p. 81.

4. Bertolt Brecht, Scritti teatrali, Einaudi, Torino 1962, pp. 131-132.

BidiBi

BidiBi

Nata e cresciuta a Pisa, emigrata a Udine, pendolare tra il Friuli e la Germania, cerca di portare a termine un dottorato ancor più itinerante in Italianistica. I libri non li legge, li vive: ogni volume della sua libreria porta rughe e cicatrici diverse sotto forma di appunti, orecchie, ditate di cioccolato, dediche, sottolineature. La sua anima è altrettanto densa e pasticciata.

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