Wilde e l’importanza di essere onesti!

Wilde e l’importanza di essere onesti!

Viviamo nel mondo dell’apparenza!

È da un po’ di tempo che mi trovo a ripetere questa frase.
Se da una parte mi sento “vecchia”, dall’altra mi rendo conto che non è il primo periodo storico in cui ci ritroviamo in questa situazione.
Mi è tornata così alla mente un’opera teatrale di Wilde che esprime perfettamente il mio concetto. Il titolo è “L’importanza di chiamarsi Ernesto”. Non ho mai avuto, purtroppo, l’occasione di vederla a teatro. Ho di sicuro però consumato il Dvd del film diretto da Oliver Parker.

Fonte: Unsplash

La storia è stata scritta nel 1895, tenetelo bene a mente! Si tratta di una commedia degli equivoci, simpatica e divertente. I due protagonisti, Jack e Algernon, sono legati da una storica amicizia e si creano entrambi una doppia vita, in modo da poter fuggire dalle loro famiglie. Sia per evitare di ottemperare ai loro doveri, sia per potersi svagare come meglio credono. Si innamorano di due donne, ma per poter attirare la loro attenzione fingono di chiamarsi Ernesto.

Immagino che vi stiate domandando il perché!

“Ernest” in inglese si pronuncia allo stesso modo della parola “earnest”, che significa onesto. Le due giovani, sciocche e romantiche, si erano impuntate di voler sposare qualcuno che portasse quel nome. Per loro è automatico il fatto che chi si chiama così sia meritevole di fiducia. Così iniziano ad idealizzare i due uomini. Li immaginano con un’armatura scintillante pronti a rapirle con un cavallo bianco. Una delle due arriva addirittura a farsi tatuare la scritta “Ernest”.

Ovviamente però non può filare tutto liscio! Jack è un orfano, è stato abbandonato alla nascita e non si sa nulla delle sue origini. Motivo per il quale la famiglia della ragazza non vuole farli sposare. Può sembrare una cosa antiquata, ora le differenze nobiliari non esistono più.

Siamo però davvero sicuri che sia così?

D’accordo forse oggi non sentiamo frequentemente parlare di titoli. Quante volte però si storge il naso davanti a coppie “improbabili”, persone considerate diverse per il colore della pelle, o per la differenza di età, o perché dello stesso sesso. La verità è che non siamo cambiati per niente!

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Per le fanciulle sarà un duro colpo scoprire di essere state ingannate, ma i due innamorati faranno di tutto per farsi perdonare.
Il lieto fine è ovviamente dietro l’angolo.
Ma se una delle donzelle ci dà una grande lezione, l’altra ci ricorda la nostra ottusità. Mentre una è disposta a fidanzarsi con colui che ama nonostante sia “Algernon” e non “Ernest”, l’altra si intestardisce sulla questione.

Sciocchezze! Dirà di sicuro qualcuno di voi. Come si può scegliere una persona solo per il suo nome? Come si fa a definirla di buon carattere? Sembra assurdo, fuori dal mondo, una cosa impensabile. Da qui però nasce proprio la mia riflessione. Io mi chiamo Serena, potete immaginare quante volte la gente ha dato per scontato che io lo dovessi essere anche nei fatti? Oppure, per esempio, pensate a quelli che si chiamano Felice. Le battute sono all’ordine del giorno, ma non è solo questo il punto. Davanti alle prese di giro innocenti ci facciamo una risata e via.

Il problema nasce quando davvero diamo un reale peso a certe cose.

Possiamo paragonare tutto ciò anche alle visualizzazioni sui social.
Più una persona ne ha e più per forza è “figa”. Oggi li soprannominiamo influencers, questi ci offrono un’immagine di corpi perfetti, di sorrisi, di gioia. Quanto c’è però di vero in tutto ciò?

Quanto possiamo dire di conoscere davvero queste persone? E il valore che dovremmo dare ai contenuti dove è finito? Già nel 1800 eravamo così, fissati con l’apparenza. Incapaci di dare importanza alla profondità delle cose. Sia ben chiaro, non condanno del tutto “l’immagine” perché è e sarà sempre la prima cosa che vediamo. Più una cosa è bella e più siamo invogliati a soffermarci sopra di essa. Quello che però ci manca è la voglia di farlo, il tempo, o semplicemente la curiosità. Ci blocchiamo al primo step e non andiamo oltre, per vedere che cosa ci sia al di là.

Quindi mi e vi chiedo, quando usiamo il modo di dire “Come sei all’antica” è davvero così? Forse per certi aspetti ci stiamo evolvendo, ma per altri direi che siamo sempre gli stessi. Un passo in avanti e mille indietro.

Serena Bertoli

Serena Bertoli

Nata a Pisa nel 1990. Diplomata come Ragioniere Programmatore, professione che svolgo da dieci anni. Mamma, scrittrice per passione, cantante e creatrice di video cover.

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